13.9.12

Non voglio più

Camilla Norrback

Adoro mangiare. E mi piace molto anche cucinare. Per questo quando compro il cibo faccio sempre molta attenzione alla provenienza e agli ingredienti. Alla qualità insomma. E dato che qualcosa mi è stato detto (la tv, la mamma, l'amica curiosa, la maestra), cerco di comprare alimenti che non prevedano uso di veleni che inquinano me e il mondo. E cerco rifornitori che non abbiano sfruttato qualcuno per avere quei pomodori  e che vendano un formaggio che non ha fatto un milione di km per arrivare su quel banco.
Cercare negozi, botteghette e banchi al mercato dove comprare tutto questo non è difficile. Anzi. Basta informarsi un po', chiedere in giro, guardarsi attorno.

Ho avuto e continuo ad avere invece molta più difficoltà quando cerco qualcosa da vestire che risponda allo stesso criterio che uso per il cibo.
Non vedo perchè, infatti, se sto attenta a non mangiare o bere qualcosa che fa male a me o a qualcun altro, mi dovrei infilare in un abito pieno di prodotti chimici e confezionato da un lavoratore sfruttato.
Perchè di questo si tratta. E non importa se questo qualcuno abita in Cina, in Cambogia, in Romania o in uno dei capannoni che offendono esteticamente la mia campagna.
Di quel qualcuno ne abbiamo sentito parlare tutti. La chiamiamo manodopera sottopagata. Pensiamo a loro qualche volta quando laviamo per la prima volta quell'abito e l'occhio si sofferma un secondo sull'etichetta che dice "made in ...".
Oppure ci riflettiamo un secondo in più quando leggiamo che forse in tanti capi made in Italy di Italy ci sono solo due o tre passaggi di tutto il processo produttivo perchè c'è una legge che lo permette.
Ebbene, la cosa mi inquieta assai. Anche perchè io adoro la moda, mi piacciono le sfilate, leggo i vogue e gli elle di turno, mi guardo milioni di fashion blogs, mi faccio ispirare dal trucco e parrucco delle super modelle e delle attrici dee.
Eppure ad un certo punto mi fermo.
E decido che non voglio più vestiti e trucchi che fanno male.
Non voglio più fare acquisti colpevolmente inconsapevoli.
Perchè se ci si informa si scopre che quella della moda è una delle industrie più inquinanti al mondo.
E perchè quel paio di jeans da 20€ o da 100€ spesso l'ha fatto gente che a fine mese porta a casa 120€ e che abita in posti dove il costo della vita non è tanto diverso da quello che conosciamo noi.
Ecco, diciamo che questo mi basta per farmi riflettere e per decidere di non voler contribuire a tutto questo.
E allora non butterò via tutto il mio guardaroba per farmene uno nuovo equo e solidale. Sarebbe scioccamente consumistico. Però userò i vestiti che ho comprato e scelto con cura finchè dureranno e poco alla volta li sostituirò con vestiti etici ed altrettanto belli.
Ecco perchè mi sono messa alla ricerca di negozi, botteghe e mercati veri e virtuali dove andare quando sarà tempo di eco shopping.

1 commento:

  1. Complimenti per la tua decisione! Ho preso la stessa, consapevole del fatto che è molto difficile sapere da dove vengono i vestiti e in che condizioni sono stati fatti. Facendo attenzione però, penso di essere riuscita a comprare l'80% dei miei vestiti etici in questi anni, generalmente vintage o da piccole e bellissime marche che vendono su piattaforme come Etsy o durante eventi e fiere. Però mi piacerebbe essere ancora più informata e comprare solo etico!

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